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Digital Markets Act, i punti salienti e le reazioni dei Big Tech

da Giornalettismo

Una lunghissima trattativa politica a livello internazionale che ha trovato la sua sintesi in un testo finale che ha portato all’accordo sia il Parlamento che il Consiglio Europeo. Entro l’inizio del 2023, il Digital Markets Act (DMA) dovrebbe entrare in vigore. Si tratta di una serie di normative e provvedimenti che tendono a scardinare quel monopolio digitale che attualmente è saldamente nelle mani delle grandi aziende. E non si parla solamente di sanzioni in caso di violazioni, ma proprio di un riassetto dell’ecosistema concorrenziale all’interno del web.

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La prima etichetta alla base del Digital Markets Act è fissata dal concetto di “Gatekeeper” al cui interno rientrano tutte quelle aziende digitali che «che negli ultimi tre anni abbiano raggiunto un fatturato annuo nell’Unione europea (UE) di almeno 7,5 miliardi di euro o che la sua capitalizzazione di mercato sia pari ad almeno 75 miliardi di euro, e dall’altro che annoveri almeno 45 milioni di utenti finali su base mensile e almeno 10mila utenti commerciali stabiliti nell’UE». Considerando questi numeri, il riferimento non può che essere racchiuso in nomi di aziende Big Tech molto note: Apple, Google, Amazon, Microsoft e Meta (al cui interno conta Facebook, Instagram e Whatsapp). E per questo stesso motivo, dovrebbero rimanere al di fuori di questo concetto aziende come Spotify, Booking e Airbnb Le aziende interessate potrebbero presentare ricorso a questa “etichetta” con una specifica, ma sarà la Commissione a valutare le argomentazioni proposte a sostegno di quella richiesta.

Digital Markets Act, quali sono i punti fondamentali

Come si evince dal testo concordato tra il Consiglio e il Parlamento Europeo, questi gatekeeper dovranno rispettare delle regole ben precise che sono state indicate nella differenziazione tra le cose che potranno e non potranno più fare. Nel primo pacchetto ci sono sei punti:

  • Garantire agli utenti il diritto di annullare l’abbonamento ai servizi di piattaforma di base a condizioni analoghe a quelle dell’abbonamento;
  • Per i software più importanti (ad esempio i browser web), non imporre tali software per impostazione predefinita all’installazione del sistema operativo;
  • Garantire l’interoperabilità delle funzionalità di base dei loro servizi di messaggistica istantanea;
  • Consentire agli sviluppatori di applicazioni di accedere alle funzionalità ausiliarie degli smartphone (ad esempio chip NFC) a condizioni di parità;
  • Dare ai venditori l’accesso ai loro dati di prestazione marketing o pubblicitaria sulla piattaforma;
  • Informare la Commissione europea in merito alle acquisizioni e fusioni da essi realizzate.

Nel secondo, invece, ci sono tutte le limitazioni a dinamiche che per anni hanno imperversato all’interno del mercato digitale e sulle piattaforme di riferimenti di quelle aziende che, per caratteristiche, dovrebbero entrare a far parte dell’etichetta gatekeeper che, dunque, non potranno più:

  • Classificare i propri prodotti o servizi in modo più favorevole rispetto a quelli di altri operatori del mercato (autoagevolazione);
  • Riutilizzare, ai fini di un altro servizio, i dati personali raccolti nel corso di un servizio;
  • Stabilire condizioni inique per gli utenti commerciali;
  • Preinstallare determinate applicazioni software
  • Imporre agli sviluppatori di applicazioni di utilizzare determinati servizi (ad esempio sistema di pagamento o gestore di identità) da inserire nei negozi di applicazioni (app store).

Paletti che se non saranno rispettati porteranno a sanzioni economiche che, attraverso il DMA, sono ben definite: una prima ammenda pari al 10% del fatturato mondiale e del 20% in caso di violazione ripetuta. In tutto questo contesto, si aggiunge anche la voce per impedire operazioni commerciali “killer”, per evitare che i grandi squali mangino i pesci piccoli.

Le reazioni dei Big Tech

L’accordo tra Consiglio e Parlamento Europeo sul testo (manca solo l’approvazione tramite voto, poi il DMA sarà attuato entro sei mesi dalla data di quella votazione) era nell’aria da giorni e tra le prime aziende Big Tech a muovere le critiche c’è Apple. Alcuni giorni fa, infatti, da Cupertino era arrivata una contestazione, soprattutto per quel che riguarda il cosiddetto sideloading, ovvero la possibilità di scaricare applicazioni attraverso piattaforme terze. Insomma, sui dispositivi iOS si potrà effettuare il download non l’app store. Una dinamica che non convince (per usare un eufemismo) Apple: «I governi e le agenzie internazionali di tutto il mondo hanno esplicitamente sconsigliato i requisiti di sideload, che paralizzerebbero le protezioni della privacy e della sicurezza che gli utenti si aspettano». Perché il Digital Markets Act prevede l’interoperabilità tra le diverse piattaforme, anche quelle di messaggistica istantanea. Quindi iMessage di Apple o Whatsapp di Meta dovranno “comunicare” con le altre realtà (anche più piccole) dello stesso genere.

E c’è attesa anche per la posizione di altri Big Tech. Tra le aziende che saranno inevitabilmente più colpite dal DMA c’è sicuramente Google. Perché tra i diversi punti contenuti all’interno del documento si fa un esplicito riferimento al divieto di «combinare dati personali per pubblicità mirata». Ovviamente solo se non viene dato il consenso dall’utente. Insomma, l’algoritmo pubblicitario di Mountain View sarebbe estremamente penalizzato e depotenziato. E proprio dalla California è arrivata questa posizione a dir poco perplessa: «Sebbene sosteniamo molte delle ambizioni del DMA in merito alla scelta dei consumatori e all’interoperabilità, siamo preoccupati che alcune di queste regole possano ridurre l’innovazione e la scelta a disposizione degli europei ». Così come cambiano le carte in tavola per Amazon che non potrebbe più dare la “precedenza” ai propri annunci e offerte in nome della concorrenza.

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Autore:

Enzo Boldi

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